govi1Una bella mostra quella allestita a Banchi nel cuore della città genovese, in occasione del cinquantenario della morte del grande attore genovese Gilberto Govi.

Come diceva il grande Fabrizio De Andrè, essendo stata Genova uno stato autonomo e indipendente per secoli, il genovese non è un dialetto, ma una lingua. Si è arricchita di elementi lessicali che provenivano da tutto il Mediterraneo e dall’oriente, si è andata cristallizzandosi nel tempo, diventando sempre più desueta con la diffusione della lingua italiana che è entrata nell’uso quotidiano della popolazione nel secondo dopoguerra, confinando il vernacolo a un esilio targato di localismo e marginalizzazione. Woody Allen in una sua battuta, tutte le cose che negli anni ’50 si diceva facessero bene in realtà provocavano il cancro “come la carne, il latte e l’università”. Anche la scelta di marginalizzare la lingua genovese non è stata felicissima perché obliava non solo la lingua, ma la storia di un popolo e di un territorio che passava attraverso le antiche parole e i modi di dire. Tanto più che a Genova ci fu uno dei più grandi interpreti del genovese e forse in assoluto, il più capace di assimilare al lessico delle maschere psicologiche ben precise, Gilberto Govi.

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Nato in via Sant’Ugo a Oregina nel 1885, già a dodici anni muove i suoi primi passi sul palco. Non vogliamo insistere sulla sua biografia e sulla sua importanza riconosciuta a Genova, in Italia e laddove, soprattutto in sud America, la sua compagnia svolse una lunghissima tourneè tra le migliaia di migranti dell’epoca. Di Govi interessa l’abilità e possiamo anche dire il genio di interpretare in maschere vere e proprie il lessico genovese, pratico e contabile, senza molti fronzoli e in certi casi anche un po’ cinico.

La sua capacità di entrare nei personaggi, che studiava dalla vita quotidiana, era talmente acuta che il pubblico era totalmente ipnotizzato da questi personaggi. Quando lui entrava in scena nella sua “maschera” il pubblico gli riservava un applauso a scena aperta che durava dei minuti tanto era il pathos di queste maschere che vivevano nell’equilibrio delicato tra ironia e autoironia. In una delle gag più celebri, “Gassetta e pumello”, esce perfettamente questo personaggio che rispetto alle controparti, è attraversato anche da una originale vena di ironica surrealtà che forse è una delle caratteristiche più belle e rare del carattere genovese…

Gassetta e Pomello

 

Il commovente esempio della sintonia profonda con il pubblico arriva in questa ripresa televisiva (una delle sei rimaste) di “Colpi di timone” dove sullo sfondo della recitazione di Govi c’è la descrizione precisa dello scagno di un piccolo armatore del 1940, con l’arcigna segretaria e l’impiegata civettuola. La commedia che ha come protagonista Govi nei panni di un imprenditore portuale a cui il medico diagnostica sei mesi di vita potrebbe essere il plot di un lavoro di Pirandello dalle forti tinte drammatiche invece diventa una pirotecnica e brillante sequenza di battute e situazioni surreali.

Colpi di timone

 

La proverbiale avarizia dell’operatore marittimo genovese, attento alle “palanche”, emerge nella parossistica gara in “Pignasecca Pignaverde” nella fumata di un sigaro a quanto si riesce a risparmiare, strappare, raccogliere da un “cubano”

Pignasecca Pignaverde

Si tratta, da parte dell’attore, di un esercizio di tale rara maestria da riuscire nell’intento più difficile, sublimare una grave carenza di umanità in un’ineffabile capacità di trasformarla in una rarefatta e originale ironia, basata sui significati delle parole sull’immediata e fulminante capacità di cogliere il doppio senso o la beffarda verità dei “secondi” significati.

Intorno a lui vera e propria essenza di uno spirito che si eleva ci sono gli archetipi, le maschere che fanno da spalla al “mattatore” ma anche queste costruite sapientemente nei loro abiti gessati e nella fissità delle “frasi fatte” e del richiamo alla forma che amplia e potenzia la ribelle ironia dei personaggi di Govi che giganteggia di fronte al “pensiero unico” allora come oggi. Una lezione messa in pratica di Henry Bergson e del suo saggio “Il riso” attuata e messa in pratica nella Genova degli anni ’50 e che eleva queste commedie capolavori i veri e propri trattati di filosofia.

 

 

 

 

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Seppur difesa con i denti, la tradizione goviana è stata progressivamente confinata nel ghetto vernacolare, da una città che ha perso progressivamente la capacità di capire sé stessa e di apprezzarsi. Riattualizare Govi e rilanciarne la portata artistica e culturale potrebbe essere un buon proponimento per gli anni a venire.