La fiera di S. Pietro: storie e leggende della Foce

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La fiera di S. Pietro che tradizionalmente ritorna tutti gli anni nel quartiere della Foce , è forse una delle ultime tracce chiare dell’antico borgo dei pescatori che sorgeva in questa zona e che per secoli, sino all’inizio del XX caratterizzò questa zona per la sua morfologia e per le abitudini finanche la psicologia dei suoi abitanti. Quando si inizia a parlare di questo genere di argomenti è facile perdersi nel “nostalgismo”, dei “bei tempi di una volta”. Credo, invece, che come diceva George Orwell, autore del profetico “1984”, la memoria ha un ruolo decisivo nella gestione del potere e nella manipolazione della realtà.

Ricordiamo, quindi, che il quartiere della Foce che prende il nome banalmente dalla presenza della foce del torrente Bisagno, anche se per alcuni deriverebbe dai greci di Focea, arrivati qui insieme a fenici, etruschi e romani, era una zona completamente diversa da quella che vediamo tutt’ora.

Il borgo dei pescatori era una realtà a sé stante rispetto a Genova.

L’abitato si concentrava in un grappolo di case strette intorno alla parrocchia di S. Pietro.

Un’incisione in legno del ‘400 raffigura il borgo come un piccolo gruppo di case davanti alla spiaggia che andava da Punta Vagno al Bisagno, dove in mezzo si trovava un piccolo molo per l’approdo delle barche. Con l’arrivo dei cantieri all’inizio dell’800, che resisteranno sino al 1930, la Foce diventa una delle realtà economiche più importanti, laddove fino ad allora, l’attività di pescatori, ostinatamente mantenuta dagli abitanti della zona, non li aveva certamente sollevati dalla povertà e dalle difficoltà materiale di un mestiere ricco di pericoli e fatiche. Per un certo periodo, sotto Napoleone, il borgo diventa municipio staccandosi da Albaro.

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Pietro era, quindi, il santo dei pescatori e naturalmente il santo degli abitanti della Foce. Il discepolo di Cristo a Genova lo ritroviamo nella toponomastica della città in tre punti chiave: Sampierdarena, (San Pietro dell’arena) che diventerà, successivamente, un vero e proprio municipio, San Pietro in Banchi nel centro storico, all’altezza di una delle porte medievali della città che era indicata con questo nome e, infine, S. Pietro della Foce. Le distanze di questi tre toponimi si riferivano all’assetto stradario romano.

Altro elemento centrale nell’economia di questa zona era il lazzaretto. L’antica struttura era sorta già in epoca antichissima (nel 1250) per ospitare i lebbrosi. Avrà un ruolo determinante nelle ricorrenti ondate di peste che caratterizzeranno la storia di Genova, ospitando oltre ai malati, i poveri e chi arrivando con la nave era posto in quarantena. L’edificio era imponente, consisteva in un grande recinto murario dove all’interno si trovavano altri fabbricati, ed era del tutto slegato dall’ambiente circostante.

Qui sbarcò, alla metà del ‘700, obbligatoriamente ospitato proprio nel Lazzaretto, Jean Jacques Rousseau che prese questo suo contrattempo come un’esotica avventura da novello Robinson Crusoè. Nelle sue memorie racconta di un luogo ameno e deserto dove c’era una lunga spiaggia in cui i suoi pensieri corsero pieni di emozione e entusiasmo, nonostante tutto.

Collegata ai cantieri e al lazzaretto in una elementare filiera industriale, c’era la lavanderia che per lungo tempo, fu la principale fonte di occupazione per le donne della Foce che in qualche modo tramandavano la tradizione di lavare a mano i panni nel torrente da secoli. Genova era lontana, “a ponente”, il viaggio lungo e trafficato non senza pericoli. La città si raggiungeva risalendo il fiume e poi, più tardi, risalendo l’attuale via della Libertà che nasce e prende il nome nell’epoca e sull’emozione della rivoluzione francese.

 

Le strade erano disseminate di osterie, ne citiamo alcune come la “Manue” con un ottimo nostralino, frittura di pesci e farinata, l’”osteria del Rebado” e poi ancora, nella zona di Santa Zita, “La locanda dei cipressi” e “l’ostaia del Cillo” detta anche dell’albero di Fico dove si levavano le arie i famosi trallalleri.

La piana del Bisagno, poi, era la patria dei “besagnin”, i contadini, che erano i più numerosi abitanti di quell’ampia area. La fiera di S. Pietro, che si contrappunta a quella invernale di S. Agata, rappresentava, un momento di importanti scambi commerciali e di prodotti e utensileria per allevatori, coltivatori e commercianti.

Il mondo che per secoli, pur nei cambiamenti progressivi della modernità, si era mantenuto praticamente inalterato, subirà un primo colpo con la costruzione di Corso Italia e successivamente, la copertura del Bisagno.

Entrambe le opere con il senno di poi, appaiono criticabili. Il dissesto idrogeologico provocato dal nuovo assetto del Bisagno è affare noto, su Corso Italia si può anche concedere la necessità di rendere più dinamica una viabilità troppo costretta nelle strade a monte, ma il pegno che si pagò fu assai caro con la distruzione di una scogliera e lo stravolgimento del paesaggio naturale. Non a caso, non fu solo l’inizio della prima guerra mondiale a fermare i lavori che dovevano proseguire oltre, ma fu anche la fiera opposizione degli abitanti di Sturla a impedire che si continuasse il percorso della strada, salvando così, per intenderci, Boccadasse.

Ma per la Foce non finisce qui. Se il Borgo viene demolito e i suoi abitanti trasferiti presso la Casa dei Pescatori sulla spiaggia dall’altra parte del Bisagno, coperto per la costruzione di strade e palazzi, gli ampi spazi ricavati dalla chiusura del cantiere navale vengono utilizzati anche per attività ludico sportive come il luna park e un campo di calcio nella zona dove ora sorge piazza Rossetti. Non c’erano più i cantieri dismessi nel corso dell’operazione urbanistica e si doveva trovare lavoro da altre parti, e c’erano ancora i bagni Carana e via Casaregis confluiva ancora verso la spiaggia. L’acqua della Foce era considerata terapeutica per molte malattie. Una specie di Coney Island, in miniatura, di Genova.

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Quella storia durò ancora poco. La seconda guerra mondiale e la ricostruzione portarono sostanziali cambiamenti. La città occupò spazi impensabili, la costruzione della fiera del Mare, l’immenso parcheggio e la sopraelevata finirono col cambiare i connotati del borgo, che scomparve nella nuova geometria di cemento dei moderni edifici.

Sarebbe facile, come si diceva in apertura, fare la morale al passato che non si cambia, ancor più deleterio, rifugiarsi nella nostalgia fine a se stessa. Queste poche righe vogliono solo ricordare una storia, che è stata un’identità e la”psicologia” del territorio se si passa il termine. Cercare e ritrovare tracce di questo passato e averne cura, insieme alla memoria, è quello che ora ci spetta come dovere verso noi stessi.