L’epoca del Grand Tour

Genova Golosa

L’esperienza virtuale della realtà attraverso il collegamento della rete e i progressi tecnologici stanno da tempo riducendo spazi e distanze da un luogo all’altro.

Friedrich-NietzscheBasta osservare le fotografie in bianco e nero, un po’ ingiallite dei nostri nonni per scoprire con una certa sorpresa che un tempo, il viaggio di nozze a poche decine di chilometri da casa propria era un viaggio esotico e avventuroso. Oggi in pochi minuti possiamo ordinare un biglietto di qualche linea aerea low cost per trovarci nel giro di una settimana dall’altra parte del mondo a godere sole, mare e montagna. Per molti versi si tratta di un miglioramento complessivo, ma a ben vedere con qualche elemento negativo non trascurabile. Si perde l’orizzonte di spazi nuovi e inconoscibili, ogni luogo è raggiungibile e a disposizione, pronto a essere consumato. Un tempo non era così. Intanto, i viaggi, quelli lunghi e costosi se li poteva permettere solo una stretta cerchia di persone, ricche e facoltose ma a fronte di questa ingiustizia sociale, chi viaggiava rilasciava testi, appunti e diari che rimanevano preziose memorie elettive di quei luoghi. Se poi a farlo erano poeti e scrittori, le loro testimonianze diventavano qualcosa in più di una cronaca, ma il dipinto, il disegno di luoghi ormai persi che richiamavano la loro sensibilità e a distanza di secoli ci riportano l’essenza di quel posto. Anche Genova fu una meta elettiva e una città di transito per molti di questi.

Perchè Genova?

Intanto perché queste persone si recavano a Genova? Per alcuni come Rimbaud si trattava di un passaggio per arrivare ad altre mete, la città e il suo porto erano imprescindibili già solo per andare o tornare da qualche altra parte. Altri, come ad esempio il filosofo tedesco Nietzche per soggiornarvi, nel particolar caso in Salita delle Battistine 8, per diversi anni e più volte nella seconda metà dell’800. Perché? Banalmente anche perché il clima mite della Liguria in tempi in cui la medicina si limitava all’uso di infusi, decotti e sanguisughe era un toccasana sia per la salute che per lo spirito e nel caso del filosofo certamente l’ambiente ligure influirà non poco sul suo umore

Quando uno va a Genova è ogni volta come se fosse riuscito ad evadere da sé: la volontà si dilata, non si ha più coraggio di essere vili. Mai ho sentito l’animo traboccante di gratitudine, come durante questo mio pellegrinaggio attraverso Genova.”

C’era poi, imprescindibile per l’aristocrazia europea l’esperienza iniziatica del “Grand Tour” un viaggio lungo attraverso l’Europa che aveva come meta imprescindibile l’Italia. La vista delle antiche vestigia romane, così come delle chiese e delle grandi opere d’arte disseminate in tutta la penisola erano l’attrattiva maggiore e Genova, come si diceva, per molti, era una tappa obbligata in quanto arrivo o partenza.

Ne “Il gabbiano” uno dei suoi testi più struggenti e intensi Anton Cechov fa dire a un suo personaggio

“Genova è la città più bella del mondo.”

L’isolamento russo di allora e il legame conflittuale ma tenace con l’occidente europeo sembrano tutti condensati in questa semplice frase, la città da cui si parte verso mete lontane, libera proprio nella sua essenza è questa la nostalgia profonda dei personaggi dell’autore russo che trovano sfogo e rappresentazione anche nel ricordo di Genova.

Un altro autore, questa volta inglese, Joseph Conrad ritrova in Genova un luogo tipico della poetica dei suoi romanzi e dei suoi personaggi tanto da iniziare un romanzo “Suspense” che mai finirà. Il luogo della nostalgia della partenza e della possibilità di diventare uomo proprio salendo su uno dei tanti velieri che affollano il porto per perdersi nel mondo. Per contro la città è una foresta di palazzi di marmo, misteriosa e indicibile come le foreste più propriamente dette, del romanzo che lo renderà famoso in tutto il mondo “Heart of darkness”.

“A uno slargo al quale convergeva una selva fitta di vicoli si fermò e guardandosi intorno si chiese se tutti quegli imponenti palazzi erano disabitati o se invece era lo spessore dei muri ad impedire che vi trapelasse il pur minimo segno di vita; non poteva credere, infatti, che a quell’ora gli abitanti fossero tutti sprofondati nel sonno.”

Lo sguardo dall’esterno è quello di una realtà trasfigurata nell’immagine dei luoghi iniziatici dei libri dell’autore di “La linea d’ombra”

“Un cupo bagliore purpureo arrossava le facciate marmoree dei palazzi inerpicati sulle falde delle montagne sassose i cui crudi contorni si profilavano alti e spettrali nel ciclo che si andava oscurando. Il sole invernale calava sul golfo di Genova…”

Ma se Conrad si concentra sui volumi e la “foresta pietrificata” dei palazzi lo scrittore americano Mark Twain studia Genova attraverso le persone, le loro abitudini e i modi…

 “Le signore e i gentiluomini di Genova hanno la piacevole abitudine di passeggiare in un ampio parco in cima a una collina al centro della città [ nota: il parco dalle sei alle nove di sera; e quindi, per un altro paio d’ore, di prendere il gelato in un giardino adiacente.” 

Con una certa attenzione al genere femminile

“…queste donne genovesi sono incantevoli. La più gran parte di queste damigelle sono vestite di una bianca nube dalla testa ai piedi, sebbene molte si adornino in una maniera più complicata. Nove su dieci non hanno sul capo null’altro che un sottilissimo velo ricadente sulle spalle a guisa di bianca nebbia. Hanno capelli biondissimi e molte di loro occhi azzurri, ma più spesso si vedono occhi neri e sognanti occhi castani…”

Charles Dickens, che nei suoi racconti di viaggio tramuta la moda del “Grand Tour” in un sofisticato e appassionante genere letterario, fa tappa a Genova.

“E potrò mai dimenticare le vie dei palazzi, la Strada Nuova e la Strada Balbi? O l’aspetto dell’una, quando la vidi per la prima volta, sotto il più fulgido e il più intensamente turchino dei cieli estivi, che le sue file raccostate di dimore immense, riducevano a una striscia preziosissima di luce, restringendosi gradatamente, e contrastanti con l’ombra greve al di sotto!”

Interessante la sua nota sui nobili genovesi

“La nobiltà poi d’alto e basso rango mantiene per suo conto un gran numero di portantine private che la sera trottano avanti e indietro in ogni direzione, precedute da valletti con grosse lanterne fatte di un telaietto ricoperto di tela. Portantine e lanterne sono i legittimi successori delle lunghe file dei pazienti e maltrattatissimi muli che tutto il giorno fan risuonare i campanelli per quest anguste viuzze.”

Henri Beyle in arte Stendhal compila un diario di viaggio “Journal d’un voyage en Italie et en Suisse, pendant l’année 1828” e inserisce Genova già da lui visitata qualche volta.

Sono consigli pratici per soggiornare nella città

“…Prendere una stanza alla pensione Svizzera, vicino a Banchi (qui la Borsa ha questo nome) e qui bisogna chiedere la camera 26 al quarto piano, dalla quale si vedono il porto e la montagna. Bisogna dire ‘Mi dia la camera che un russo ha occupato per 22 mesi’. Costa un franco e venticinque al giorno. Di fronte c’è un ristorante dove si può mangiare scegliendo una lista.”

L’impressione di Stendhal non è positiva “i caffè sono brutti e poveri” ma tornerà più volte in uno di questi per bere

“una bibita molto particolare chiamata acqua rossa, con cinque o sei ciligie in fondo al bicchiere e il profumo delizioso dei noccioli.”

Non è comunque tutto rosa e fiori. Montesquieu nel suo “Viaggio in Italia” su Genova non è tenero

“I Genovesi non sono affatto socievoli; e questo carattere deriva piuttosto dalla loro estrema avarizia che non da un’indole forastica: perché non potete credere fino a che punto arriva la parsimonia di quei principi. Non c’è niente di più bugiardo dei loro palazzi.stendhal Di fuori, una casa superba, e dentro una vecchia serva che fila … I genovesi di oggi sono tardi quanto gli antichi Liguri. Non voglio dire con questo che non intendano i loro affari: l’interesse apre gli occhi a tutti … C’è una cosa ancora: che i genovesi non si raffinano in nessun modo: sono pietre massicce che non si lasciano tagliare. Quelli che sono stati inviati nelle corti straniere, ne son tornati genovesi come prima.”

Genova fu anche luogo di soggiorno e “buen retiro” per una pattuglia di letterati inglesi che segnerà un passaggio importante verso quel genere di letteratura definita “gotica” piena di spaventi e orrori. Mary Shelley e George Byron abiteranno sulla collina di Albaro mentre la sfortunata moglie di Oscar Wilde, Constance, fuggirà proprio a Genova per ripararsi dagli scandali del marito in madre patria.

Nei tempi più moderni , finito il fascino della pittoresca big_stanlaurelhardynaturalità del paesaggio ligure e di una città romantica l’Hotel Miramare oggi melanconicamente trasformato in tanti piccoli appartamenti fu la meta di tanti personaggi celebri del ‘900 da Stan Laurel e Oliver Hardy a Orson Welles. Le notti infuocate tra d’Annunzio e la Duse si contrappuntavano con le liti che finivano sempre in sonore sbronze tra Francis Scott Fitzgerld e la moglie Zelda. Tra un bicchiere e una lite lo scrittore avrà modo una volta di guardarsi intorno e di vedere Genova

“Il Miramare di Genova inghirlandava la curva oscura della spiaggia con festoni di luce e la sagoma delle montagne faceva spicco sullo sfondo nero grazie al riverbero delle finestre degli alberghi più in alto,”

Un viaggio mai terminato, magari, per noi da riprendere di tanto in tanto per non dimenticarci chi siamo e soprattutto dove siamo.